Rivisondoli e dintorni

 

Sulmona

Pettorano sul Gizio

Rocca Pia

Roccaraso

Pescocostanzo

Castel di Sangro

Rivisondoli

 

 

SULMONAtorna su

Sulmona, città raffinata, forte e orgogliosa del suo illustre passato, si adagia nella Conca Peligna lungo il percorso dei tratturi e di millenari tracciati viari che, fin dall'antichità, la collegarono agli altri centri della regione e della Penisola.
Tra ampie piazze, stretti vicoli e scenografici slarghi si respira ancora molta dell'atmosfera d'altri tempi, profumata del dolce aroma di quei confetti che l'hanno resa famosa in tutto il mondo. Qui, tra la gente peligna, nel 43 a.C. ebbe i suoi natali Publio Ovidio Nasone, uno dei massimi poeti della romanità che nei suoi carmi immortali cantò con orgoglio "Sulmo mihi patria est", vantando le remote origini del luogo natio.
La tradizione letteraria ricollega la fondazione della città alle leggendarie vicende di Solimo, eroe frigio scampato assieme ad Enea all'ira dei Greci e approdato sulle sponde italiche dopo la distruzione di Troia.
L'antico oppidum italico, le cui vere radici vanno forse cercate sulle alture del Colle Mitra, ove una poderosa cinta di mura poligonali testimonia la presenza di un insediamento fortificato preromano, è però menzionato per la prima volta da Tito Livio solo al tempo della seconda guerra annibalica. Entrò nell'orbita di Roma dopo la guerra Sociale del 90 a. C..
Elevata al rango di municipio, la Sulmo romana acquistò una decisa connotazione urbana e molti dei suoi edifici assunsero forme monumentali.
Prosperò in età imperiale grazie a una florida economia basata sull'agricoltura e sulla pastorizia; il fertile agro peligno era attraversato dai tratturi e, come testimoniano Plinio e Marziale, vi si coltivava la vite e il lino. Sulmona era rinomata anche per la lavorazione dei metalli e forse non a caso nel Medioevo fu sede di una importante scuola di oreficeria.
Scarse e incerte sono le notizie concernenti la città altomedievale, ancora racchiusa nella stretta cerchia delle antiche mura. Al tempo dei Normanni un forte flusso migratorio avvia un graduale ripopolamento del vecchio nucleo urbano, in coincidenza con lo sviluppo dei commerci, dell'artigianato e delle arti, che tocca il suo apice al tempo degli Svevi, allorché l'illuminata politica dell'imperatore Federico II dà a Sulmona il primato regionale con l'istituzione del Giustizierato d'Abruzzo, di una cattedra di Diritto Canonico e di una delle sette Fiere annuali del Regno. Magnifico simbolo della prosperità dell'epoca è l'acquedotto del 1256, che ancora oggi incornicia maestosamente quella che fu Piazza Maggiore, luogo storico dei momenti corali della città, ora intitolata a Giuseppe Garibaldi.
La sconfitta di Corradino di Svevia e l'ascesa degli Angioini furono gravide di conseguenze per la ghibellina Sulmona; ciò nonostante, la persistente crescita demografica portò alla formazione di nuovi borghi e quindi all'ampliamento della primitiva cerchia muraria, che conferì al centro storico cittadino la forma attuale.
Nonostante le carestie, le avversità politiche, le guerre, le lotte intestine e i nefasti terremoti del 1349 e del 1456, che avviarono il lento declino della città, taluni episodi architettonici, unitamente alle attività artigianali tra le quali le cartiere, le concerie, la lavorazione della lana e dei metalli, con l'oreficeria in primo piano, e ai movimenti letterari, legati essenzialmente ai nomi di Giovanni Quatrario e Barbato da Sulmona, amico del Petrarca, concorrevano a farne sempre uno dei principali centri della regione.
Con Carlo III di Durazzo Sulmona beneficiò di una zecca; Ladislao di Durazzo le concesse lo stemma cittadino con le iniziali dell'emistichio ovidiano "Sulmo mihi patria est"; Alfonso I il Magnanimo vi istituì il controllo fiscale della transumanza. Sotto gli Aragonesi visse una certa ripresa anche per merito del capitano Polidoro Tiberti da Cesena che nel 1474 patrocinò la costruzione della Fontana del Vecchio, tra i primi monumenti rinascimentali sulmonesi. Alla fine del XV secolo risalgono anche i più antichi documenti relativi alla pregevole produzione confettiera.
Nel 1526 Sulmona, regnante Carlo V, divenne feudo dei Lannoy. Sullo scorcio del secolo l'umanista Ercole Ciofano vi istituì la prima scuola pubblica e vi introdusse l'arte della stampa. Morto l'ultimo dei Lannoy, la città fu venduta ai principi di Conca (1606) e dopo soli quattro anni passò a Marcantonio Borghese, nipote di Paolo V.
Nel 1706 un terremoto di magnitudo pari al 9°-10° grado della scala Mercalli che, stando alle cronache locali, durò il tempo di un Pater Noster, distrusse la città, seppellendo gran parte di quel ricco patrimonio architettonico che le aveva meritato l'eloquente appellativo di "Siena degli Abruzzi".
Sul finire dell'800, le realizzazioni ferroviarie ne fecero uno dei più importanti nodi d'Abruzzo, contribuendo in misura non trascurabile alla ripresa economica avviata dopo l'Unità d'Italia, accompagnata al deciso incremento demografico che portò la popolazione residente quasi sui livelli attuali, ma che nel contempo diede l'avvio all'imponente esodo migratorio.
Nell'ultimo secolo, pur inevitabilmente segnata dalle due guerre mondiali e dai problemi economici e occupazionali propri delle regioni centro-meridionali d'Italia, la città mantiene fede alla sua vocazione di fedele custode della propria identità e delle proprie tradizioni, quali i riti della Pasqua e la rievocazione della Giostra Cavalleresca, anche attraverso una rimarchevole serie di istituzioni e manifestazioni, alcune di risonanza internazionale, in campo culturale, musicale, artistico, teatrale e cinematografico.

PETTORANO SUL GIZIO torna suLe origini dell'attuale abitato di Pettorano sul Gizio risalgono all'epoca medievale, ma il territorio circostante e le alture vicine al paese vennero frequentate dall'uomo fin dal paleolitico.
Ricerche condotte lungo le pendici del Monte Genzana e in varie zone circostanti hanno fornito testimonianze antichissime, soprattutto utensili appartenuti ai primi cacciatori che frequentarono e sporadicamente abitarono queste lande. Le testimonianze archeologiche rinvenute permettono di seguire nel corso dei millenni, dall'età della pietra all'età dei metalli e poi fino all'età medievale, lo sviluppo dei primi insediamenti e le attività di questi antichi abitanti dell'alta valle del Gizio. Da una situazione di nomadismo legata alla caccia d'altura si passò ad attività agro-silvo-pastorali e ad insediamenti più stabili.
Nel corso dell'età del ferro avanzata (VI-V sec. a.C.) si sviluppò un vero e proprio centro fortificato sull'area collinare del Monte Mitra. L'insediamento, preceduto certamente da una frequentazione assidua da parte dei cacciatori preistorici e protostorici, si rivela particolarmente importante per la sua estensione e per la posizione nel territorio, certamente di controllo e predominio su gran parte della Valle Peligna.
Venute meno nei secoli posteriori alla romanizzazione le esigenze di difesa, si svilupparono nelle zone a valle, a nord del paese attuale, piccoli insediamenti secondo il sistema paganico-vicano tipico in queste zone in età repubblicana. I numerosi ritrovamenti di materiale dell'età romana, soprattutto nella contrada Vallelarga, testimoniano antichi centri abitati, anche se non ci sono prove sicure sull'identificazione di tali insediamenti con il Pagus Fabianus citato da Plinio il Vecchio, come credettero alcuni storici locali. Tra i numerosi reperti antichi rinvenuti nel territorio o riutilizzati nel paese bisogna ricordare, oltre ad alcune epigrafi in dialetto peligno, un importantissimo frammento in greco dell'Edictum de pretiis rerum venalium, documento di carattere economico emanato nel 301 d.C. dagli imperatori Diocleziano e Galerio (in Oriente) e Massimiano Erculeo e Costanzo Cloro (in Occidente). Il frammento, l'unico in greco conosciuto in occidente, fu probabilmente portato a Pettorano nel corso del XIX secolo e si conserva in una casa gentilizia privata.
Al di là delle fabulue a sfondo storico rintracciabili in alcune pagine di storici locali, spesso eccessivamente campanilisti, le origini del paese attuale sono da ricercare nel periodo medievale, precisamente nella fase in cui pagi e vici di tradizione tardoantica venivano uniti in un unico complesso urbanistico per motivi difensivi, politici ed economici.
Uno storico pettoranese del XIX secolo, Nicola Bonitatibus, ha così ben descritto la formazione di Pettorano. "Undeci, ed anche più si vuole che fussero le Ville, le quali, unitesi in società circa il decimo secolo, si determinarono ad eriggere Pettorano nel luogo dove al presente si vede. Lo circuirono di muri e di torri, e lo munirono d'una fortezza, per far fronte a comuni inimici, ed agli invasori".
Per il Bonitatibus, quindi, le originarie ville, che avrebbero poi dato origine all'attuale abitato, potevano essere individuate nelle superstiti chiesette rurali eredi degli antichi pagi e da lui recensite su tutto il territorio in numero superiore ad undici.
Fino all'XI secolo inoltrato il toponimo Pectoranum indicava genericamente una intera vallata, tanto da trovare spesso nei documenti anteriori all'XI secolo l'espressione "in valle de Pectorianu".
Soltanto dal 1093 il toponimo passò a designare più precisamente il Castello: un documento del maggio di tale anno attesta infatti un "castellu qui Pectorianu bocaur".
Nel corso dell'XI secolo si è dunque verificato l'incastellamento, terrnine con cui si indica la fortificazione di aggregati urbani esistenti o costruiti ex-novo, con delimitazione di un territorio giuridicamente soggetto ad un castello, inteso come concentrazione di uomini ed interessi. Le importanti trasformazioni economiche attuatesi tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo crearono i presupposti per l'incastellainento del sito.
Le interpretazioni etimologiche del toponimo Pettorano sono state diverse: secondo alcuni deriverebbe da pettorale, per la forma a petto di corazza assunta dall'insieme urbanistico; secondo altri da pettorata, termine dialettale con cui si indica una ripida salita, per designare in questo caso il dirupo che dalla valle del Gizio sale fino al Piano delle Cinquemiglia; altri lo spiegano come derivato dal sostantivo greco petra,-as (= pietra, roccia) per indicare la natura rocciosa del sito; altri infine da Pictorianus, nome di un pagus o di un fundus legato al gentilizio di età romana Pictorius, attestato epigraficamente nel vicino paese di Introdacqua.
All'avvento dei Normanni il Castello costituiva una già consolidata realtà economica e politica, tanto che alla fine del XII secolo era la sede di un feudo che si estendeva dalla valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia e al Sangro fino alla futura Ateleta. A capo del feudo troviamo un certo Oddone della famiglia dei Conti del Molise.
Nel XIII secolo il Castello fu teatro di avvenimenti storici di grande interesse: nel 1229 l'esercito di papa Gregorio IX, guidato da Giovanni di Brienne, cacciò il duca di Spoleto dalla Marca, assediò Sulmona e conquistò il Castello di Pettorano. Qui si asserragliò Corrado di Lucinardo insieme a Roberto di Bacile (o Pacile), i quali avevano aderito al partito papale contro Federico II.
Dopo questo episodio, che dimostrò l'importanza del Castello come punto di difesa sulla via di comunicazione tra la contea del Molise e la valle di Sulmona, Federico II tentò di riportare la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare del feudo il figlio Federico, detto di Pettorano, e facendo vigilare il territorio perché non vi dimorasse gente sospetta ed infedele.
Con la venuta degli Angioini l'intero feudo di Pettorano, insieme a Colleguidone, Pietransieri, Pacentro e Roccaguiberta, fu concesso al milite Amiel d'Angoult, signore di Courbain, venuto al seguito di Carlo I d'Angiò.
Nel 1269 (tre anni dopo la vittoria di Benevento) i "traditori" che avevano parteggiato per gli Svevi vennero puniti con la confisca dei beni, ceduti poi a fedeli angiomi. Tra i beni confiscati risulta anche una Bectonia di Cerrano, sita proprio nel territorio di Pettorano.
Sempre nel 1269 il feudo passò ad Oderisio de Ponte, che pensò bene di donarlo alla figlia Giovanna andata sposa ad Agoto di Courbain, figlio di Arniel di Courbain.
Nel 1310 il feudo fu trasmesso ai Cantelmo, probabili discendenti dei reali di Scozia, venuti in Italia dalla Provenza al seguito di Carlo I d'Angiò, i quali lo tennero per lunghissimo tempo, fino al 1750. Della famiglia Cantelmo vanno ricordati: Andrea (1599-1648) e Restaino (1653-1723), importanti uomini d'armi della loro epoca; il Cardinale Giacomo (1645-1702), potente uomo di chiesa della Napoli del '600; Fabrizio (1611-1658) per le opere realizzate a Pettorano.
Ad essi seguirono i Montemiletto, che lo tennero sino al 1806, anno dell'abolizione del regime feudale.
Il Castello di Pettorano rimase a lungo luogo di rifugio per coloro che si ribellavano al potere imperiale. In un documento del 1384 Carlo III di Durazzo ordinò al capitano di Sulmona di procedere contro alcuni "rebelles et infideles" del castello di Pettorano, i quali avevano sequestrato e liberato solo dietro riscatto un certo Coluccio de Rigazio di Sulmona, fedele suddito di re Carlo.
Per tutto il XV secolo Pettorano ha costituito ancora una terra di rifugio per gli avversari del potere politico. Tale fenomeno, tra l'altro, fu favorito dal fatto che la struttura urbana era scarsamente abitata; si contavano solo 117 fuochi nel 1447, a causa della depressione economica che aveva colpito la zona: una terra di nessuno dove era assai facile trovare asilo politico.
La situazione cominciò a cambiare nel XVI secolo, quando nuovi edifici religiosi e civili contribuirono ad una rinascita edilizia del paese e ne definirono la fisionomia così come ancor oggi è visibile.
Il sistema della cinta muraria con le sei porte di accesso, di cui rimangono notevoli resti, vide la luce proprio nel corso di questo secolo, con un allargamento della superficie difesa e protetta dal castrum.
Questa espansione edilizia, simbolo di una ripresa economica e di un assestamento della situazione politica locale, continuò anche per tutto il secolo XVII, come ci testimoniano alcuni importanti particolari architettonici.
Nel corso del XVIII secolo si assistette ad un vero e proprio arricchimento della tipologia architettonica, con la costruzione o la ristrutturazione dei più imponenti palazzi nobiliari del paese, dal Palazzo Croce al Palazzo Gravina, dalla Castaldina al Palazzo Vitto-Massei.
Il ruolo politico e culturale svolto da notai, medici, avvocati a partire dal XVIII secolo fu significativo: questi "professionisti" costituivano infatti gli avamposti territoriali del potere centrale.
Ancor più significativa risulta la tendenza illuminista di alcune famiglie borghesi di Pettorano; la scienza e la cultura cominciarono ad essere vissute con spirito più democratico e con maggiore professionalità.
In tale ambiente spicca una delle personalità più significative dell'Ottocento abruzzese, il notaio Pietro De Stephanis, che affrontò la storia locale con i metodi della critica e delle scienze ausiliarie.
Il suo contributo, che va ben oltre lo studio della storia locale, fu anche di carattere prettamente civico: da amministrarore riuscì nel 1865 a far approvare al Consiglio Comunale una deliberazione contro la pena di morte, un atto di grande maturità democratica e civile, in un momento in cui non era certamente facile assumere decisioni così nette ed inequivocabili in un paese ai margini della storia.
Nell'Ottocento Pettorano vede la realizzazione di importanti opere per migliorare la viabilità e favorire le comunicazioni con Napoli: il secolo XIX si apre con la costruzione di una nuova strada -la "Napoleonica"- e si chiude con l'apertura della ferrovia Sulmona-Carpinone.
Nel centro abitato prende forma l'attuale Piazza Umberto I con la costruzione della Casa Municipale (1828) e la bella fontana monumentale con le statue di Anfitrite e Nettuno (1897), addossata alla parete destra della Chiesa Madre.piazza_1_small
Dopo l'Unità d'Italia il paese cambia denominazione e con il R.D. 21.4.1863, n° 1273, Pettorano assume il nome di Pettorano sul Gizio.
Dal punto di vista economico e sociale il fiume Gizio con le attività ad esso collegate (mulini, ramiere, ecc.) continua ad avere una notevole importanza, tanto da essere oggetto, soprattutto per i mulini, dapprima di aspre contese con l'ex feudatario, il Principe di Montemiletto, e in seguito di grandi tumulti per la tassa sul macinato.
Ma il fenomeno economico e sociale di gran lunga più importante per Pettorano, che emerge con forza nel secolo scorso e continuerà fino a pochi decenni fa, è quello dell'emigrazione.
Nel secolo scorso l'emigrazione era soprattutto stagionale: centinaia di taglialegna e carbonai pettoranesi si recavano per gran parte dell'anno nel Lazio, in Campania e perfino in Liguria e Calabria per lavorare; alla metà del secolo più di settecento uomini migravano stagionalmente.
Tale fenomeno, pur avendo origine da condizioni di arretratezza e indigenza, creò le condizioni per un forte sviluppo demografico, che all'inizio del Novecento portò la popolazione a circa cinquemila abitanti, rendendo Pettorano il centro più popoloso nella Valle Peligna, dopo Sulmona e Pratola Peligna.
Le migrazioni stagionali crearono un'altra conseguenza dal punto di vista sociale: l'assenza degli uomini rese liberi posti di lavoro nel settore agricolo, affidato quasi esclusivamente alle donne, e consentì a molti abitanti di Introdacqua di insediarsi nelle case sparse presso Pettorano, sull'attuale strada provinciale dell'Albanese.
All'emigrazione stagionale si aggiunse nel Novecento dapprima quella transoceanica, che portò migliaia di pettoranesi in Argentina, Brasile, Venezuela, Stati Uniti e Canada, poi quella verso l'Europa e il nord Italia.
Pettorano ha avuto uno dei flussi migratori più elevati di tutto il Mezzogiorno e ciò è facilmente intuibile visitando un centro storico bellissimo ma ormai spopolato, abitato da circa un decimo della popolazione stimata agli inizi del secolo.

 

ROCCA PIAtorna su

La storia di Rocca Pia, fin dalle sue origini, è sempre stata strettamente collegata al vicino altipiano.Infatti gli Altipiani Maggiori, e in particolare il Piano di Cinquemiglia, sono sempre stati per la loro morfologia e la posizione geografica una zona di transito e collegamento all’interno tra il centro e il meridione. Ma le difficoltà connaturate alla morfologia stessa dei luoghi (zona di montagna sopra ai 1000 m. s.l.m.) e il clima molto rigido non consentirono lo sviluppo, almeno fino al Medioevo, di veri e propri centri abitati. Le prime testimonianze archeologiche provenienti dal territorio di Rocca Pia appartengono al Paleolitico e dimostrano che l’altipiano era già percorso da cacciatori nomadi in cerca di selvaggina d’altura: spesso si spingevano sui rilievi maggiori, sostando presso piccoli corsi d’acqua e laghetti che in quell’ epoca costellavano il territorio. Per tutto il periodo protostorico ed anche dopo la romanizzazione della zona, non abbiamo testimonianza di veri e propri insediamenti. I reperti (strumenti litici, piccoli utensili, armi) ci indicano piuttosto una frequentazione stagionale e sporadica dell’altipiano, legata alla presenza di vasti pascoli e di un territorio ricco di selvaggina. Già in quest’epoca il passaggio nella piana doveva essere molto importante e certamente i Peligni, i Carecini, i Sanniti e le altre popolazioni che gravitavano nella zona transitavano lungo tale percorso naturale, utilizzato poi anche come tratturo per condurre le greggi al sud nel periodo invernale. Nel III sec.a.C. la costruzione della Via Numicia regolarizzò la viabilità tra Corfinium, la valle peligna ed il Sannio. Non si è certi del percorso di questa antica strada consolare romana, spesso chiamata anche Via Minucia; è però accertato che nel territorio di Rocca Pia e nel Piano delle Cinquemiglia esisteva un tracciato viario che doveva ricalcare percorsi più antichi e che favorì i collegamenti tra i siti storici che si erano via via sviluppati. Proprio rispetto alle vicine realtà storiche (Aufidena, Corfinium, Sulmo, ecc.) l’altipiano dovette connotarsi per tutta l’età imperiale come zona di piccoli fondi rustici legati ad attività di pastorizia estiva. Nel VII-VILI sec.d.C. il territorio, compreso nel Ducato di Spoleto, cominciò ad assumere una notevole importanza dal punto di vista strategico. Sappiamo infatti che fin dall’alto medioevo la penetrazione verso sud delle popolazioni longobarde si svolse soprattutto lungo le direttrici interne, tra le quali quella passante per l’altipiano. In seguito gli stessi percorsi furono utilizzati dai sovrani e dagli eserciti che occuparono parte della penisola. Pur non conoscendo attestazioni storiche precedenti al IX secolo, possiamo ipotizzare che già prima ditale data fossero nati piccoli villaggi lungo le direttrici viarie. Alcune zone che non erano state ancora urbanizzate ed organizzate feudalmente, come l’ingresso settentrionale all’altipiano e parte dello stesso, vennero occupate da piccoli nuclei strategici. La prima attestazione storica di un sito abitato nella zona è riportata in un diploma del 876: Guido, duca di Spoleto, concede la chiesa di S. Marcello in Florina, con tutte le sue pertinenze, ai monaci di 5. Vincenzo al Volturno. Florina (o Forma, forse in relazione alla vicina Valle Fura) è il nome del primo nucleo abitato sorto nel luogo dove èoggi Rocca Pia. Doveva trovarsi nella zona del vecchio cimitero, ai piedi di Macchialonga, dove sono ancora visibili i muri diruti della chiesa di 5. Marcello, la più antica del paese. Dai documenti dei secoli seguenti si deduce che il villaggio di Florina, ingrandito ed esteso verso la valle, fu per un certo periodo conteso tra i monaci volturnensi e quelli della Diocesi di Valva, che aveva vasti possedimenti nella zona. Nel 1173 Gualtiero di Girardo riceve da Oddone di Pettorano Valle Oscura, già feudo dei Conti di Valva. Possiamo quindi dedurre che il feudo, nonostante il monastero avesse ancora possedimenti nella zona, fosse ormai proprietà dei signori del tempo. Nel XII secolo comincia dunque ad apparire nei documenti il nome Valle Oscura: la troviamo citata nel "Libro di Ruggiero", scritto dal geografo arabo Idris alla metà del secolo e, alla data 1200, nel "Catalogus Baronum". Ma l’antica denominazione Florina scompare solo nel XIII secolo, perciò per un certo periodo esistettero due paesi distinti. Già in epoca normanna, con la riapertura dei tratturi e la vasta organizzazione territoriale e politica, cominciò a definirsi anche sugli altipiani un sistema difensivo capillare; in questo periodo infatti erano maggiormente difesi i punti nodali della viabilità e i collegamenti. Il tratto di strada che percorre l’Abruzzo interno e taglia gli altipiani diviene importantissimo, inserito ne]la "Via degli Abruzzi" o "Regia Strada degli Abruzzi", la grande arteria viaria medievale che collegava Firenze a Napoli e che fu poi l’asse fondamentale dei commerci e dei transiti per tutto il periodo angioino. Ricordiamo che Rocca Pia si trovava lungo il percorso dello storico tratturo Celano - Foggia. A conferma del ruolo strategico assunto dal paese abbiamo, nel corso del XII secolo, la costruzione del castello sull’altura a sud-est del paese attuale. I sistemi difensivi e la torre di avvistamento, in collegamento con i principali fortilizi della Valle Peligna, consentivano alla popolazione e ai signori dominanti di controllare il passaggio e, in caso di bisogno, di rinchiudersi entro la fortificazione. Nei secoli seguenti viene citata Rocca Valle Oscura, che mutò il suo nome in seguito alla costruzione del castello. Nel XIV secolo il feudo fu comprato da Restaino Cantelmo. I Cantelmo, provenienti dalla Provenza al seguito di Carlo I d’ Angiò, furono feudatari di Rocca Valle Oscura sino al 1724; solo piccole parti del feudo appartennero ad altre famiglie nobili. Nei primi decenni del XV secolo, in seguito alle lotte tra i feudatari della zona (Caldora e Cantelmo) e Braccio da Montone, il paese accolse gli abitanti dei tre villaggi del Piano: Casale di San Nicola, Casal Guidone e Roccaduno. Alcuni storici hanno ipotizzato la formazione di Rocca Valle Oscura proprio in seguito a questo episodio. In realtà ciò risulta impossibile, data la presenza di documenti che testimoniano l’esistenza dei vari siti già dal XIII secolo. I tre villaggi, sorti probabilmente già in epoca normanna, contribuirono ad ingrandire il paese, lasciando del tutto spopolato il Piano, dove rimase solo la chiesa della Madonna del Casale, nel sito dell’antico Casal Guidone. La signoria dei Cantelmo trascurò spesso il piccolo feudo di Rocca Valle Oscura, che nel corso dei secoli subì anche numerose catastrofi naturali, come la peste e i terremoti. A questo proposito in alcuni documenti che riportano i danni subiti dai paesi abruzzesi in seguito ad eventi tellurici, si narra che a causa del terribile terremoto del 4 dicembre 1456, Roccaraso e Rocca Vallescura furono "del tutto rovinate". Nel 1724 il feudo passò ai Tocco di Montemiletto, ai quali rimase sino all’ abolizione del sistema feudale nel 1806. Durante il breve regno di Gioacchino Murat venne istituita la " Via Napoleonica", sistemando il tratto di strada che conduceva da Pettorano a Rocca Pia e quello che dal paese giungeva all’ imbocco del Piano. Inoltre nel 1815 un decreto dello stesso Murat cambiò il nome del paese in Rocca Letizia, in onore di Letizia Bonaparte, madre di Napoleone. Ma nello stesso anno Ferdinando II annullò tale decreto e quindi il nome non fu mai realmente utilizzato. Nel 1860, durante una visita di passaggio di Vittorio Emanuele 11, gli abitanti pregarono il re di cambiare il nome così triste del loro paese. Il re decise di dedicarlo alla figlia Maria Pia e così, con un decreto del 1865, il nome fu definitivamente cambiato in Rocca Pia.

 

RIVISONDOLI

torna suIl piccolo a testimonianza alcuna di un passato tanto remoto. L'impianto urbanistico è, infatti, sostanzialmente settecentesco, risultato evidente del fervore di iniziative, manifestatesi subito dopo il terremoto, disastroso per l'intero Abruzzo, del 1706 ed attestato eloquente della volontà di rinascita e dell'ostinato attaccamento degli abitanti al proprio paese. IL tutto narra la storia vivace e drammatica di una comunità, che, nel corso dei secoli, ha lavorato, ha lottato, ha sofferto, ha pregato ed ha sperato e questo sin dalle origini lontane. Analizzando, infatti, il nome del paese, Rivisondoli, si nota che è composto, secondo la tesi di F.Sabatini, da <<Rivus>> (ruscello) e <<Sondrium>> da <<Sunder>>, e può significare <<isolato separato>>, ma anche <<terreno riservato del padrone>> in una azienda agricola. Quindi storia di lavoro appartato, tenace, ma anche di riposo meritato dopo la fatica (forse questo è il significa dei due guerrieri o putti, adagiati sulle sponde di un ruscello e campeggianti nello stemma comunale). La venuta dei Reali d'Italia a Rivisondoli nel 1913 segna l'inizio del turismo che ha il suo enorme sviluppo dopo la seconda guerra mondiale.


Rivisondoli è adagiato, su uno sperone roccioso, in mezzo agli altipiani maggiori d'Abruzzo di altitudine elevata (1320 mt.) gode di un clima salubre e di scenari di straordinaria bellezza. Ovunque si giri, lo sguardo resta affascinato ed appagato dalla mole di Monte Pratello ad occidente; alle sue spalle la presenza rassicurante e quasi protettiva di Monte Calvario (visibile nella foto, ricoperto da un manto nevoso). Esso, è un importante centro turistico, molto rinomato per gli sport invernali. Dista, infatti, solo 5km dalla partenza degli impianti di risalita Rivisondoli-Monte Pratello, i quali si collegano al comprensorio sciistico Alto Sangro che comprende ben 120 km di piste. L'economia del paese è prettamente turistica, numerosi sono gli alberghi, i ristoranti e le attività commerciali. IL presepe vivente di Rivisondoli è una manifestazione religiosa, culturale e folcloristica di grande rilievo, sia nell'ambito della Regione Abruzzo che dell' Italia. La prima edizione venne realizzata infatti, nel 1951, ripetendosi di anno in anno con maggiore notorietà. Tale manifestazione si svolge ogni anno il 5 Gennaio, il bambino che viene scelto ogni anno, rappresenta l'ultimo nato del paese; la madonna, viene scelta con una specifica preselezione l'8 Dicembre, mentre, la figura di San Giuseppe viene rappresentata da un cittadino di Rivisondoli.

 

ROCCARASOtorna su

La storia Il turista che arriva a Roccaraso forse non sa che dove oggi sorgono Alberghi, strutture sportive e moderne costruzioni risiedette un’antichissima e prosperosa comunità.

Probabilmente di epoca romana, si hanno notizie di insediamenti già dai secoli V e IV a.C.; infatti tombe ed oggetti rinvenuti, permettono di accostarli a quelle ben note della grande acropoli di Aufidena e del territorio peligno. Altre notizie ci sono riportate da Tito Livio che ci racconta di attraversamenti da parte del condottiero Annibale del valico di Roccaraso, per ben due volte, nell’autunno del 217 e nel 211, spostandosi da Capua fino alla Sabina, per poter attaccare Roma.

I documenti tacciono completamente sulla storia dei paesi dell’Altopiano e quindi anche di Roccaraso, fino a dopo il mille: segno evidente che le vicende degli esistenti nuclei di popolazione non si svolgevano ancora intorno a centri ben individuati, quali invece si erano già affermati nelle pianure.

Nella seconda metà dell’XI secolo e nella prima metà del XII balzano fuori dai documenti, tutti in una volta, i nomi di ROCCA RASINI PESCU COSTANTII, ecc..

Roccaraso fu inizialmente conteso tra il Monastero di Santa Maria di Cinquemiglia e i Conti Di Sangro, che ne ebbero il possesso, tranne qualche interruzione, fino alla metà del XV secolo.

Nel 1316 si costituì l’Universitas Civium con un Sindicus e Roccaraso si liberò definitivamente dalla Signoria dei Benedettini. Sotto il re Ladislao Roccaraso infatti continuava ad essere annoverata nel comprensorio del Regno di Napoli e la sua storia si interseca quindi con le vicende napoletane. Nel 1412 i feudi di Roccaraso e Castel di Sangro furono dichiarati di regio demanio ed uniti amministrativamente per la loro posizione strategica. Sotto Giovanna I,  Giovanna II di Napoli e Pio Alfonso D’Aragona le lotte di predominio si risentirono anche nel Sangro.

Nel suo viaggio verso Napoli S. Bernardino si fermò nel paese per lenire le piaghe delle lotte intestine e a ricordo rimane la piccola e dolce chiesetta alla porte di Roccaraso.

Il XVI secolo vede affidata la signoria di Roccaraso alla famiglia dei Carafa, mentre nel XVII secolo a disputarsene il possesso troviamo Giovanni Marchesciano, Giovanni Carlo Lanzalonga, Nunzio De Silvestro, Annibale De Letis, Don Marino Caracciolo, la cui famiglia ebbe diritto di feudo su Roccaraso fino al 1806, anno dell’abolizione del feudalesimo.

Dopo un periodo oscuro sotto feudatari non sempre amati, agli inizi del 1500 rifiorisce l’economica agricola e pastorale che durò per tutto il secolo vedendo raddoppiato il reddito.

Sotto il Vicereame spagnolo nacque la piaga del brigantaggio che si circonfuse di un alone leggendario con le vicende note di Crocitto e Tamburrino che alimentarono la fantasia popolare.

di Roccaraso segue gli sviluppi del Regno di Napoli dal tentativo fallito della Repubblica Partenopea alla formazione del Regno d’Italia.

 

PESCOCOSTANZOtorna su

Fin dai primi secoli dopo la sua fondazione (sec.X), Pescocostanzo mostra chiari segni di una prevalenza sui centri vicini ed ha una storia movimentata e complessa nei rapporti con i feudatari e con le istituzioni religiose. Una svolta decisiva si ebbe dopo il terremoto del 1456 che devastò l'Abruzzo e altre regioni meridionali. Quell'evento creò per Pescocostanzo le condizioni per un diverso impianto urbanistico e determinò una vicenda singolare: fece affluire una nutrita colonia di maestranze lombarde che dette un'impronta tutta particolare alla vita sociale e culturale del centro. Fin dal 1464 la comunità ebbe dal re Ferdinando I d'Aragona uno statuto che le garantì per qualche tempo l'appartenenza al demanio regio e il godimento delle relative libertà. In seguito fu sottoposta a feudatari. A Pescocostanzo si formò per tempo una classe sociale economicamente robusta e culturalmente elevata, che guidò l'intera comunità verso un grado di benessere e un'efficiente organizzazione amministrativa. Nel 1774 il piccolo comune di montagna, fu in grado di riscattarsi dal dominio feudale e perciò assunse il titolo di "Universitas Sui Domina" (Comunità padrona di sè), motto che fregia ancora il suo stemma. Gli studi di vario genere, giuridici, filosofici, storici, matematici, letterari e uno spiccato culto per l'arte trovarono larga accoglienza nei diversi strati della società. Di tale sviluppo culturale sono testimonianza i patrimoni librari conservati presso numerose famiglie e la nutrita schiera di eletti ingegni che fiorirono a Pescocostanzo. Il cittadino più illustre fu il filosofo e matematico Ottavio Colecchi, il primo e più autorevole interprete in Italia della filosofia kantiana. In particolare, la concentrazione di tante opere d'arte in questo centro è stata spiegata come conseguenza di due principali fattori favorevoli: le notevoli risorse economiche concentrate nelle istituzioni pubbliche e nelle mani della classe dirigente, e la disponibilità di raffinate maestranze esperte nella lavorazione della pietra, dei marmi, del ferro battuto, del legno, tutta una tradizione di artigianato importata con l'immigrazione dei "mastri" lombardi stabilitisi a Pescocostanzo tra il XV e il XVII secolo.

 

CASTEL DI SANGROtorna su

Centro montano di interesse storico, a 800 s.l.m., con resti notevoli di testimonianze sannite, romane e medioevali.
Il capoluogo comunale sorge alla confluenza dei fiumi Sangro e Zittola , fu centro viario importante come "Porta d'Abruzzo": Nell'800 viaggiatori stranieri (inglesi, francesi e tedeschi) sono passati per Castel di Sangro, passaggio obbligato per chi doveva attraversare i territori d'Abruzzo e Molise, dall'Adriatico al Tirreno, trovando le nostre zone di particolare interesse e lasciando testimonianze scritte della vita, dei costumi e dei prodotti delle nostre zone ( Edgar Lear, Keppel Craven, Anne McDowell ed il geniale incisore Escher che ha lasciato opere di valore unico di alcuni paesi abruzzesi). Il nostro comune era attraversato dal tratturo Lucera- Castel di Sangro uno dei più antichi della Dogana di Foggia nonché da altri tratturi (Pescasseroli -Candela) e tratturelli, per tale importanza era stata istituita in castel di sangro presso il Convento della Maddalena, una pubblica Dogana per il controllo degli animali interessati alla transumanza ed il controllo delle merci.
L'attuale abitato era il sito dell'antica Aufidena, roccaforte sannita poi romana, e il materiale archeologico portato alla luce negli anni passati (es.lapide osca, toro sannita, urna plumbea, statue, lapidi, ecc?) oggi è raccolto nel Museo Civico Aufidenate istituito nel 1898 e ripristinato presso il Convento della Maddalena (1400) ristrutturato recentemente (nel 1998) imminente anche l'apertura della sezione del Museo Paleontologico e anche in via di allestimento di un Museo della Guerra del 1943 con oggetti, testimonianze e documenti scritti in quanto la nostra cittadina fu teatro di scontri e di eventi bellici poiché posto sulla linea "GUSTAV" e distrutto dai bombardamenti.
Sul Colle S. Giovanni che sovrasta l'abitato, svettano le mura Ciclopiche -Sannitiche, maestose e vistose, inglobate dalle fortificazioni romane e dai ruderi del Castello dei Di Sangro. Dopo i Di Sangro appartenne ad altre famiglie feudali quali i D'Avalos, i D'Aquino, i D'Afflitto e i Caracciolo. Ebbe da Carlo III Di Borbone, nell'ottobre 1744, il titolo di Citta' , quale privilegio per averlo ospitato con il suo esercito rimasto bloccato dalle intemperie e dalle bufere di neve. Esiste nella Civita ( la parte piu' antica del paese) una Neviera ben conservata, con struttura integra, che serviva per raccogliere la neve, da utilizzare in estate per conservare i cibi, per le malattie negli ospedali e farne gelati ( sorbetti), questa Neviera è l'unica esistente in Abruzzo mentre negli altri paesi è rimasta soltanto la denominazione del luogo.
Importanti chiese sono presenti nella Citta': la Chiesa di S. Nicola, che fu commenda dei Cavalieri di Malta, la Basilica di S. Maria Assunta, progettata dall'architetto lombardo F. Ferradini, risalente al 1695, ricca di pregevoli opere artistiche che conserva colonnati e opere della precedente chiesa del 1400. Lungo la piana del Sangro , verso Alfedena si va estendendo la zona industriale e commerciale con stabilimenti metalmeccanici, industrie del legno, abbigliamento e materiali edili.
Il centro è sede della Comunita' Montana Alto Sangro - Altopiano delle Cinquemiglia - Zona H, ed è un riferimento per i rapporti con le istituzioni dei Comuni dell'Alto Sangro e dell'alto Molise, inoltre presente una vocazione artigianale, commerciale e turistica, data la vicinanza alle stazioni sciistiche e alla sua posizione geografica che fa da cerniera commerciale e turistica con le aree del Parco Nazionale d'Abruzzo e della Majella. Le bellezze storiche, monumentali, naturali e il clima adatto sono un patrimonio ricercato per l'afflusso turistico di passaggio e di soggiorno.
E' un centro di attivita' estive ed invernali. I fiumi Sangro e Zittola sono ricchi di fauna ittica ( la famosa trota del Sangro) e si svolgono gare di pesca sportiva a livello nazionale e mondiale ( è stato allestito un Museo della Pesca a Mosca, unico in Italia c/o il Convento della Maddalena), e quest'anno sulle rive del Sangro è stato inaugurato il "Monumento al Pescatore", opera dell'artista milanese A. Coppini.
Il Comune possiede pubblici uffici finanziari, scuole come il Liceo Scientifico, Istituti Tecnici e Professionali, il Distretto Scolastico, una Biblioteca Comunale con Archivio Comunale Storico e una raccolta storico abruzzese molisana, un cinema-teatro, un teatro comunale dedicato a "F.P.Tosti", un ospedale, un centro di riabilitazione, un consultorio familiare, un distretto sanitario, una Compagnia Carabinieri. Ha un apparato ricettivo e importanti impianti sportivi per il gioco del tennis, numero 14 campi da tennis, di cui n. 2 coperti e ospita ogni anno i corsi per l'insegnamento del tennis, organizzati dalla F.I.T. e gestiti dall'Associazione "L. Orsini" di Roma. Nonche' un Palazzetto dello Sport, per la pallavolo e la pallacanestro e uno Stadio con 10.000 posti.
Tra i cittadini illustri Castel di Sangro ha dato i natali a Vincenzo Balzano ( 1866 - 1951), magistrato e studioso di storia locale, arte e storia abruzzese e il pittore Teofilo Patini ( 1840 - 1906) grande artista dell'800, famoso il suo dipinto "Vanga e latte" c/o il Ministero dell'Agricoltura a Roma, premiato a Parigi alla fine dell'800. A questo artista è stato dedicato, un monumento nella Piazza a lui intitolata adiacente al Palazzo Municipale, realizzato da A. D'Acchille, ed una Pinacoteca di imminente apertura, sita nel Palazzo De Petra, monumento nazionale di stile fiorentino unico in Abruzzo.

 

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